Qualche nota a margine di CAVALLERIA RUSTICANA e PAGLIACCI, da Salisburgo su Sky

cavalleria rusticana e pagliacci salisburgo

di Fabio Brisighelli – Fossimo davvero influenti a livello europeo, ci si dovrebbe attivare per promuovere la costituzione di una sezione della Corte dei diritti con riguardo al rispetto della sacralità dell’opera lirica italiana. Il riferimento mirato è ai registi tedeschi che si cimentano più o meno rovinosamente con il nostro melodramma. Come nel caso di tale Philipp Stoelzl che a Salisburgo, nel Festival di Pasqua di questi giorni, ha curato la messinscena dell’accoppiata più celebre del nostro teatro verista in musica: Cavalleria rusticana (di Mascagni) e Pagliacci (di Leoncavallo). Personaggi siffatti si spacciano oltretutto per innovatori, e purtroppo trovano seguaci compiacenti nel pubblico e anche -duole dirlo- in qualche collega della critica. Ho seguito lo spettacolo trasmesso da Sky sul mio televisore superaccessoriato, che certo non è la stessa cosa di una presenza live in teatro, ma che è stato in grado nondimeno di restituirmi visione e ascolto al più alto livello possibile: a cominciare dall’adozione di quell’ allestimento in “cinerama” pensato dal regista in questione sia per l’una che per l’altra opera, e che suddivide l’articolazione del racconto in una serie di riquadri scenici giustapposti pronti ad aprirsi o a chiudersi a seconda dell’evidenza da conferire al particolare passaggio musicale e vocale. Non è questa peraltro la causa del mio rigetto, perché alla fin fine, se supportata dal resto, poteva anche funzionare (una soluzione comunque non nuova, perché già in passato sperimentata da altri, ad esempio dal nostro Ronconi, con ben diversi risultati). E infatti nei Pagliacci, ambientati verosimilmente all’interno di un luna-park, il tutto poteva reggersi. Ma i dolori erano sopraggiunti prima, con la Cavalleria, la cui realizzazione in oggetto ha rappresentato uno dei più grossi fraintendimenti a tutt’oggi mai rilevati. L’ambientazione meridionale, siciliana dell’opera fa notoriamente un tutt’uno con la musica, con la solarità accesa, fremente, appassionata delle note e del canto; con i sentimenti dei personaggi esposti sin dall’inizio a una dolente e quasi fatalistica premonizione dell’esito di morte. Sulla scena del Grosses Festspielhaus di Salisburgo domina invece un nero di fondo in sfumature rigate di bianco legato a una sorta di brumoso villaggio (pre)industriale di ben altra latitudine. Sullo sfondo figurano in filigrana ciminiere e camini di opifici, la moltitudine del villaggio è elegantemente vestita nello stile di una comunità quacchera in uscita festiva, Alfio è un gangster attorniato da “picciotti” di mafia americana, gli stessi che armati si ritrovano a casa di mamma Lucia (la mamma di Turiddu), che certo non veste di nero ma che in tailleur grigio siede (dando di spalla) a una scrivania contando i proventi dei suoi (illeciti?) commerci. Vi figura anche un figlio (già grandicello) della colpa, di Santuzza e di Turiddu: ma allora è proprio vero che quest’ultimo le ha tolto l’onore! E potremmo continuare all’infinito con le “perle” di questa fuorviante lettura scenica che, quel che è peggio, mette in difficoltà la stessa compagnia di canto, già di per sé non irreprensibile (in particolare poco incisivo Anbrogio Maestri come Alfio e poco espressiva il mezzosoprano Liudmyla Monastyrska come Santuzza). Nella seconda compagnia di canto, con una messinscena quanto meno in decente sintonia con la trama – e con la Dresden Staatskapelle guidata da Christian Thielemann in gran spolvero sonoro, ancor più che in Cavalleria – accanto all’incolore Tonio di Dimitri Platanias, spiccava la bella prestazione del soprano Maria Agresta, che ad onta del protagonismo della sua Nedda più defilato rispetto a quello del “pagliaccio” Canio suo consorte, mi è sembrata la più inappuntabile della serata. La tipica bella voce italiana. Last but not least, il “divo” del momento, il tenore Jonas Kaufmann, presente nel doppio allestimento sia nel ruolo di Turiddu, sia nel ruolo di Canio: che ha voce importante e che oggi come oggi è cantante di riferimento sulla scena internazionale. Gran sperimentatore di ruoli, eccelle segnatamente nel repertorio tedesco. (Detto di passaggio, il suo timbro e il suo colore vocale non mi affascinano troppo). Qui offre un’interpretazione di indubbio valore, anche se i due impervi ruoli lo espongono a qualche sforzo.

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Qualche nota a margine di CAVALLERIA RUSTICANA e PAGLIACCI, da Salisburgo su Sky