CARLO PERUCCI, l’impresario teatrale che ha “costruito” la lirica delle Marche

perucci

L’Associazione Amici della Lirica “Franco Corelli” consegna il Premio “CARLO PERUCCI” 2015 al basso Andrea Silvestrelli. Ma chi era Carlo Perucci? Cosa ha fatto di importante per la lirica?

Marchigiano di San Benedetto del Tronto, nato nel 1921, Carlo Perucci studia canto al Conservatorio di Pesaro, perfezionandosi con il celebre M° Arturo Melocchi (maestro anche di Franco Corelli e Mario Del Monaco).

Debutta in qualità di Baritono nel 1952 a Spoleto con l’ amico e compagno di studi Franco Corelli, quale vincitore dell’omonimo concorso, e da lì intraprende la carriera artistica che lo porta nei maggiori teatri italiani e stranieri, con un repertorio di 58 ruoli del melodramma italiano, tedesco, francese. Tra i suoi cavalli di battaglia La Traviata, Rigoletto, Carmen, Il Barbiere di Siviglia.

Ritiratosi dalle scene per i postumi di un grave incidente stradale, nei primi anni ’60, in veste di impresario, crea il circuito teatrale delle Marche: nel 1966 vengono proposti ben 34 spettacoli dislocati tra Ancona, Civitanova Marche, Ascoli Piceno, Ostra, Fano, Porto Recanati, Mondolfo, Cingoli, San Benedetto del Tronto, Sassoferrato, Tolentino, Matelica, Recanati, in piazze, arene, teatri. In programma opere di grande repertorio – La Traviata, Il Barbiere di Siviglia, Il Trovatore, La Bohème, Andrea Chenier, Tosca, ecc.– ma anche prime assolute di autori marchigiani contemporanei quali Piero Giorgi, Fernando Squadroni, Lino Liviabella. Un progetto innovativo che getta le basi dell’attuale assetto lirico marchigiano, e che pertanto, come tale, va oggi riconosciuto e considerato “storico”.

La trascorsa pratica del palcoscenico – che gli consente di conoscere non solo il mondo musicale, ma anche le esigenze ed i problemi concreti del teatro d’opera visto “da dentro”– si sposa all’entusiasmo di un’inesausta voglia di fare, potenziata da un forte senso della socialità della cultura, profondamente figlia di quegli anni. Nel 1965 assume la direzione artistica del Teatro Pergolesi di Jesi e, nel 1967, dalla sua grande intuizione rinasce la Stagione Lirica dello Sferisterio di Macerata, con uno storico Otello interpretato da Mario Del Monaco. Entrambi i teatri, grazie alla qualità delle loro produzioni, vengono presto riconosciuti dal Ministero per i Beni Culturali – direzione dello Spettacolo – “Teatri di Tradizione”, condizione che consente di ricevere una sovvenzione ministeriale che si affianca al contributo economico degli Enti Locali.

Carlo Perucci ricopre la carica di Direttore artistico dello Sferisterio (e del Pergolesi) per venti anni, nel corso dei quali porterà l’arena maceratese nell’empireo dei maggiori palcoscenici internazionali, grazie alla presenza di tutte le grandi stelle della lirica, tra cui Del Monaco, Corelli, Pavarotti, Carreras, Domingo, Kraus, Siepi, Gobbi, Raimondi, Merighi, Olivero, Scotto, Kabaiwanska, Caballè, Gencer, Anderson, Dimitrova, Cossotto…solo per citarne alcuni. E poi danzatori quali Nureyev, Fracci, direttori d’orchestra come Maag, Maazel, Oren, Patanè, registi come Bolognini, Russel. La sua impronta creativa emerge anche nei cartelloni in cui accanto a titoli del repertorio tradizionale figurano scelte inconsuete, grandi produzioni straniere, balletti e musical.

Nel 1970 viene insignito dell’onorificenza di Commendatore della Repubblica Italiana per meriti artistici, cui si sommano numerosi altri riconoscimenti e negli anni ’70 e ’80. Negli stessi anni diventa titolare della cattedra di canto ed arte scenica presso i Conservatori di Pescara e Pesaro.

Lascia le Marche nel 1986 per assumere l’incarico di Direttore Artistico dell’Arena di Verona. Nel quadriennio 1986 – 1990, insieme al sovrintendente Francesco Ernani, anconetano insignito negli scorsi anni del Premio Perucci, realizza grandi produzioni tra le quali il balletto “Zorba il Greco”, successo travolgente ed indimenticabile. Oppure la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi con tremila coristi, Luciano Pavarotti, e la direzione di Zubin Metha. In quei quattro anni l’Arena di Verona raggiunge i record di presenze e di incassi mai più eguagliati: nel 1989 si superano i 600 mila spettatori paganti.

Il 29 luglio del 1990 il Maestro Perucci viene colpito da un grave ictus. La malattia lo costringe a rassegnare le dimissioni nel gennaio 1991, ed a ritirarsi a vita privata, fino alla sua scomparsa il 13 luglio 1998.

Il ricordo di Carlo Perucci resta legato, in coloro che lo hanno conosciuto, non solo alla sua competenza artistica ma soprattutto alla sua sensibilità e propensione ai rapporti umani, al suo senso del “lavoro di squadra”, grazie al quale ha sempre stabilito con artisti, operatori e maestranze un rapporto di rispetto reciproco e collaborazione, e non di rado di profonda amicizia.

Giovedì 9 Luglio 2015 ore 21.00

Ridotto del Teatro delle Muse, Ancona

“PREMIO CARLO PERUCCI”

Recital del basso

ANDREA SILVESTRELLI

Ingresso libero

Info: amici.lirica.ancona@gmail.com

[ph credit http://goo.gl/Pe3Tov%5D

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CARLO PERUCCI, l’impresario teatrale che ha “costruito” la lirica delle Marche

Qualche nota a margine di CAVALLERIA RUSTICANA e PAGLIACCI, da Salisburgo su Sky

cavalleria rusticana e pagliacci salisburgo

di Fabio Brisighelli – Fossimo davvero influenti a livello europeo, ci si dovrebbe attivare per promuovere la costituzione di una sezione della Corte dei diritti con riguardo al rispetto della sacralità dell’opera lirica italiana. Il riferimento mirato è ai registi tedeschi che si cimentano più o meno rovinosamente con il nostro melodramma. Come nel caso di tale Philipp Stoelzl che a Salisburgo, nel Festival di Pasqua di questi giorni, ha curato la messinscena dell’accoppiata più celebre del nostro teatro verista in musica: Cavalleria rusticana (di Mascagni) e Pagliacci (di Leoncavallo). Personaggi siffatti si spacciano oltretutto per innovatori, e purtroppo trovano seguaci compiacenti nel pubblico e anche -duole dirlo- in qualche collega della critica. Ho seguito lo spettacolo trasmesso da Sky sul mio televisore superaccessoriato, che certo non è la stessa cosa di una presenza live in teatro, ma che è stato in grado nondimeno di restituirmi visione e ascolto al più alto livello possibile: a cominciare dall’adozione di quell’ allestimento in “cinerama” pensato dal regista in questione sia per l’una che per l’altra opera, e che suddivide l’articolazione del racconto in una serie di riquadri scenici giustapposti pronti ad aprirsi o a chiudersi a seconda dell’evidenza da conferire al particolare passaggio musicale e vocale. Non è questa peraltro la causa del mio rigetto, perché alla fin fine, se supportata dal resto, poteva anche funzionare (una soluzione comunque non nuova, perché già in passato sperimentata da altri, ad esempio dal nostro Ronconi, con ben diversi risultati). E infatti nei Pagliacci, ambientati verosimilmente all’interno di un luna-park, il tutto poteva reggersi. Ma i dolori erano sopraggiunti prima, con la Cavalleria, la cui realizzazione in oggetto ha rappresentato uno dei più grossi fraintendimenti a tutt’oggi mai rilevati. L’ambientazione meridionale, siciliana dell’opera fa notoriamente un tutt’uno con la musica, con la solarità accesa, fremente, appassionata delle note e del canto; con i sentimenti dei personaggi esposti sin dall’inizio a una dolente e quasi fatalistica premonizione dell’esito di morte. Sulla scena del Grosses Festspielhaus di Salisburgo domina invece un nero di fondo in sfumature rigate di bianco legato a una sorta di brumoso villaggio (pre)industriale di ben altra latitudine. Sullo sfondo figurano in filigrana ciminiere e camini di opifici, la moltitudine del villaggio è elegantemente vestita nello stile di una comunità quacchera in uscita festiva, Alfio è un gangster attorniato da “picciotti” di mafia americana, gli stessi che armati si ritrovano a casa di mamma Lucia (la mamma di Turiddu), che certo non veste di nero ma che in tailleur grigio siede (dando di spalla) a una scrivania contando i proventi dei suoi (illeciti?) commerci. Vi figura anche un figlio (già grandicello) della colpa, di Santuzza e di Turiddu: ma allora è proprio vero che quest’ultimo le ha tolto l’onore! E potremmo continuare all’infinito con le “perle” di questa fuorviante lettura scenica che, quel che è peggio, mette in difficoltà la stessa compagnia di canto, già di per sé non irreprensibile (in particolare poco incisivo Anbrogio Maestri come Alfio e poco espressiva il mezzosoprano Liudmyla Monastyrska come Santuzza). Nella seconda compagnia di canto, con una messinscena quanto meno in decente sintonia con la trama – e con la Dresden Staatskapelle guidata da Christian Thielemann in gran spolvero sonoro, ancor più che in Cavalleria – accanto all’incolore Tonio di Dimitri Platanias, spiccava la bella prestazione del soprano Maria Agresta, che ad onta del protagonismo della sua Nedda più defilato rispetto a quello del “pagliaccio” Canio suo consorte, mi è sembrata la più inappuntabile della serata. La tipica bella voce italiana. Last but not least, il “divo” del momento, il tenore Jonas Kaufmann, presente nel doppio allestimento sia nel ruolo di Turiddu, sia nel ruolo di Canio: che ha voce importante e che oggi come oggi è cantante di riferimento sulla scena internazionale. Gran sperimentatore di ruoli, eccelle segnatamente nel repertorio tedesco. (Detto di passaggio, il suo timbro e il suo colore vocale non mi affascinano troppo). Qui offre un’interpretazione di indubbio valore, anche se i due impervi ruoli lo espongono a qualche sforzo.

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Qualche nota a margine di CAVALLERIA RUSTICANA e PAGLIACCI, da Salisburgo su Sky